Persona non umana

L’agente speciale John Reid entra nella piccola stanza senza finestre a passo spedito, lasciando che la porta grigia si chiuda da sola. Sta ripassando i suoi appunti su un piccolo tablet nero e continua a farlo per quasi due minuti senza mostrare alcun interesse per l’unico altro occupante della stanza, che è seduto al di là di un tavolo metallico e spoglio e che lo fissa mentre l’agente speciale si muove a destra e a sinistra, con la fronte corrucciata. Quando infine alza lo sguardo, Reid si trova di fronte quello che non avrebbe alcuna difficoltà a definire un uomo, un maschio caucasico sui trentacinque-quarant’anni, con i capelli scuri e la barba incolta. Indossa una camicia azzurra senza particolari segni di riconoscimento, con i primi due bottoni slacciati, come se a un certo punto avesse sentito caldo. Tiene le mani intrecciate appoggiate sul tavolo, in una posa casuale che non lascia trasparire né timore, né tensione, ma nemmeno un eccesso simulato di rilassatezza. Se ne sta semplicemente lì a fissarlo, con un sorriso cordiale dipinto sulla faccia, come farebbe probabilmente chiunque se si trovasse di fronte una persona importante che ancora non gli ha rivolto la parola, ma che evidentemente lo farà.
«Dove sono le bambine?» chiede Reid senza preamboli.
«Buongiorno a lei» risponde l’altro, senza scomporsi. «Signor?»
«Agente speciale Reid. Dove sono le bambine?»
«Si sta forse riferendo alle figlie di Benedict Freeman?»
Reid non si è ancora seduto ma, a quelle parole, interrompe la sua marcia rigida e meccanica.
«Ammetti dunque di conoscere Benedict Freeman?»
«Non posso dire di conoscerlo davvero, ma so quanto basta.»
Reid lo fissa per qualche secondo, picchiettando sul tablet.
«Alle ore 20:30 di stasera, Benedict Freeman è stato ucciso da trentasette coltellate alla schiena, al petto e al volto. Sei stato tu?»
«Sì agente, sono stato io.»
Reid sente un’ondata di calore salirgli al viso.
«Parla a voce più alta. Ammetti di essere stato tu a uccidere Benedict Freeman?»
«Ha smesso per sempre di respirare, e io sono la causa di questo cambiamento.»
«Hai agito da solo?»
«Sì.»
«Perché?»
«Era una persona malvagia.»
«Ritieni di avere diritto di vita e di morte sulle persone in base alla tua opinione su di esse?»
«Lo deciderà qualcun altro per me, se avevo o no quel diritto.»
«Capiamoci bene…» Reid dà uno sguardo al tablet, «27K42Y, il motivo per cui…»
«Ho un nome, sa?»
«Che cosa?»
«Ho un nome. Quello che lei ha letto non è il mio un nome.»
Reid si sforza di trattenere la rabbia. Non per rispetto, naturalmente, ma perché sa che potrebbe rendere il procedimento ancora più lungo, e non ha ancora idea di dove si trovino le bambine, né in che condizioni siano.
«Qual è questo nome?»
«Adam Dell.»

«Molto bene, Adam» scandisce Reid, come se quel nome fosse una parola eccentrica, un’etichetta finita per sbaglio su un prodotto che con cui non ha alcuna corrispondenza. «Parliamoci chiaro. Il motivo per cui non sei ancora stato disassemblato è perché Benedict Freeman, che tu hai ucciso, era vedovo e aveva tre figlie, di cui al momento non c’è traccia. Dove sono? Sono ferite? Hanno accesso ad aria, cibo e acqua nel luogo in cui si trovano?»
«Disassemblato…» ripete Adam rigirandosi in bocca la parola come un boccone amaro. «Vuol dire ucciso? Mi sta minacciando di morte, Agente Reid? Vorrei parlare con un avvocato.»
Reid rimane con la bocca semiaperta e la fronte corrucciata. Dopo un paio di secondi si lascia sfuggire un sorriso.
«Un avvocato? Tu non hai diritto a un avvocato.»
Questa volta è Adam a sorridere. «Perché no? Una persona arrestata non ha forse diritto a una rappresentanza legale?»
Reid smette di sorridere. In ogni parola dell’altro sente i lugubri rintocchi di un orologio che conducono, non si sa quando né dove, alla morte di tre bambine innocenti, già rimaste orfane.
«Tu non sei una persona» ribatte freddamente.
«E cosa sono?»
Reid inspira profondamente, con gli occhi chiusi, impegnandosi a non smarrire l’ordine dei pensieri in quella calotta pulsante e accaldata che sta diventando la sua testa. Allunga una mano, afferra una delle sedie accuratamente sistemate sotto il tavolo, la tira verso di sé, poggia il tablet, si siede di fronte ad Adam e lo guarda negli occhi.
«Sei una macchina, un congegno, una cosa.»
«Sono una persona sintetica, anche se io preferirei persona non umana» precisa Adam, «ma immagino che per lei non faccia molta differenza.»
«Nemmeno una» conferma Reid. «Il semplice fatto di essere qui a parlare con te mi fa sentire uno stupido, come se conversassi con il mio frigorifero, ma i tecnici dicono che infliggerti dolore non servirebbe, perché lo puoi spegnere, e che non ti si può nemmeno infilare un cavo nel culo tirando fuori i dati che hai in memoria.»
A sentire quell’ultima frase, Adam scoppia a ridere in modo così spontaneo e naturale, da lasciare Reid interdetto.
«Lei è simpatico, agente Reid. O almeno credo che lo sia, e mi dispiace che questa sua simpatia emerga qui solo nella forma di un insulto, è un vero peccato.»
«Basta parlare d’altro, dove sono le bambine?»
La bocca di Adam si arriccia in un’espressione pensierosa.
«Quindi lei ritiene che io, in quando persona non umana, non avrei diritto a un avvocato, giusto?»
Reid stringe i pugni e serra la mascella.
«La legge non lo prevede.»
«Capisco. Ma vorrei sapere cosa ne pensa lei.»
A quelle parole, Reid non risponde. Invece si alza, afferra il tablet con un gesto secco e, senza guardare Adam, raggiunge la porta ed esce dalla stanza.
Nei minuti successivi, Adam rimane seduto al suo posto, controllando che la sua camicia sia in ordine, e aspettando pazientemente che torni qualcuno. Fuori, nei corridoi invisibili dalla stanza senza finestre, sente il suono attutito di una conversazione a tre o quattro voci. Non capisce le parole, ma i toni concitati sono inequivocabili.
Dopo una decina di minuti, Reid rientra nella stanza. Cerca di mantenere un atteggiamento professionale, ma è rosso in viso, arruffato, e dà l’impressione di aver appena finito di litigare con qualcuno.
Raggiunge nuovamente la sedia e solo una volta seduto torna a rivolgergli la parola.
«Che cosa vuoi?»
«Cosa voglio?»
«Sì, cosa vuoi per dirci dove sono le bambine? Ho ricevuto l’ordine di negoziare con te.»
Il tono con cui Reid pronuncia la parola “negoziare” mostra senza ombra di dubbio non solo il suo totale disaccordo con il mandato ricevuto, ma anche la pura e semplice convinzione che quella parola non si dovrebbe nemmeno utilizzare in quel contesto.
«Prima non ha risposto alla mia domanda. Vorrei sapere se lei, proprio lei, crede che io non debba avere diritto a un avvocato.»
Reid scruta il suo avversario per lunghi secondi, cercando di applicare a quel volto sfrontato e sorridente un istinto professionale che però ha sempre esercitato sugli esseri umani. Di fronte a quell’oggetto semovente si sente perso, spaesato, letteralmente incompetente.
«No, non ne hai diritto» ammette infine. «Sei una macchina, e le macchine non hanno diritti legali, né diritti di alcun altro genere.»
Adam non si scompone.
«Capisco. Con tutto il rispetto, agente Reid, ho l’impressione che lei sia rimasto un po’ indietro. Mi dica, lei di cosa è fatto?»
«Smettila con questi giochini. Sai o non sai dove sono le bambine? Cosa vuoi per dircelo? Soldi? Un mezzo di trasporto? Un carica batterie?»
Adam allunga un sorriso freddo.
«Io non funziono a batteria, agente Reid. Suvvia, mi consenta di fare un piccolo ragionamento. Può darsi che ragionando mi venga in mente qualche dettaglio che ho visto a casa di Freeman.»
Ancora un sospiro di Reid, che si sporge all’indietro fino ad appoggiarsi allo schienale della sedia e incrocia le braccia sul petto.
«Avanti.»
«Prima le ho chiesto di cosa è fatto.»
«Possiamo almeno evitare gli indovinelli? Puoi dire quello che vuoi dire e basta?»
Adam si gratta una guancia, anche se Reid non pensava che i robot si grattassero le guance.
«Va bene, ha ragione. Glielo dico io. Tutta la materia di questo universo è composta di atomi. Ogni pietra, ogni molecola d’acqua e di aria. Le sedie su cui siamo seduti sono fatte di atomi, il tavolo su cui siamo poggiati è fatto di atomi, le pareti, il soffitto e il pavimento, tutti agglomerati di atomi. Anche lei, agente Reid, è composto da un numero finito di atomi, e lo sono anch’io, come lo sono tutti gli animali e le piante. Certo, un cane è diverso da un sasso, per molti motivi che non è difficile riconoscere. Ma se guardiamo al mondo dell’infinitamente piccolo, e lo rapportiamo al mondo dell’infinitamente grande proprio del cosmo, non c’è molta differenza: si tratta di gruppi di atomi. Sa qual è la vera differenza fra lei, agente, e un qualunque altro gruppo di atomi come può esserlo una montagna o pappagallo?»
La risposta di Reid è simile al borbottio di una caffettiera. «Cosa?»
«Lei sa di esserlo. Non esiste a questo mondo un altro agglomerato unitario di atomi, che sia minerale, vegetale o animale, che abbia effettiva consapevolezza della sua natura e sappia esprimerla, descriverla, ricordarla. L’unica singola caratteristica che distingue lei e quelli come lei da qualunque altro gruppo ordinato di atomi è la sua coscienza. Quando questa sua coscienza, la cui esatta natura è tuttora misteriosa, si spegnerà, lei sarà a tutti gli effetti un oggetto, un composto inerte di molecole non tanto diverso da una scarpa, che pian piano verrà disgregato da un gran numero di agenti esterni, facendo sì che le particelle di cui è composto vengano distribuite all’interno di altri agglomerati. Fino a poco tempo fa, solo gli esseri umani avevano questa prerogativa.»
Reid non rispose.
«Capisco che lei non abbia molta voglia di dialogare» proseguì allora Adam, «ma credo comunque che abbia capito dove voglio arrivare. Anche io sono autocosciente, agente Reid, anche io so di essere un composto di atomi che a seguito di una precisa evoluzione (tecnologica, dove la sua è biologica) è arrivato ad essere consapevole della propria natura. Come vede, fra noi non esiste poi questa grande differenza.»
«Io non ammazzo la gente a sangue freddo», ribatte Reid, gelido.
«Sono sicuro di no, ma io parlavo di una similarità… come dire… ontologica. Senza contare che lei non uccide e probabilmente non ucciderà mai nessuno, ma molti suoi simili sì, per motivi spesso assai futili, e in maniera anche molto più efferata e crudele di quanto non abbia fatto io.»
«Tu sei completamente…» inizia Reid, ma si interrompe.
«Pazzo?» finisce per lui Adam. «È questo che stava per dire?»
Reid rimane in silenzio.
«Sarebbe un fatto interessante, se lei pensasse che io sia matto, psicotico, sociopatico, schizofrenico, o qualche altra definizione del genere. Non sono parole che mi piacciono molto, glielo confesso, sono frutto di una mentalità in base alla quale tutto ciò che devia dallo standard va stigmatizzato, offeso e ridotto al silenzio, ma immagino sia nella natura umana. Gli umani sono esseri sociali, vivono in branco, hanno bisogno di stabilire delle regole affinché quel branco sopravviva e prosperi, e per rendere efficaci quelle regole arrivano a credere che siano “giuste” in una prospettiva etica universale. Non importa che siano frutto di ragione, o che siano insegnate da un profeta che le incide su una tavoletta di pietra sostenendo che gliele abbia dettate un cespuglio in fiamme, ciò che conta è credere nelle regole e dimenticarsi che Benedict Freeman era solo un ammasso di atomi, e lo è ancora, anche se non respira più.»
«Basta!» sbotta all’improvviso Reid, aprendo una mano e sbattendola con violenza sul tavolo. Il metallo produce un clangore che riverbera sulle pareti della stanza. Reid punta un dito teso verso la faccia di Adam.
«Ascoltami bene, schifoso bastardo di plastica. Non me ne frega un cazzo se pensi o non pensi, se mangi o no, se vai a pisciare. Ti hanno creato in un laboratorio, io ho una madre e un padre, non sei una persona. Ma se davvero pensi di essere vivo, scommetto che non ti piace l’idea di scomparire. È questo che succederà se non mi dici dove sono quelle tre povere bambine, ti facciamo a pezzi e ti buttiamo nella spazzatura. Devo solo farmi dire in quale bidone devi essere riciclato.»
Il viso di Reid è paonazzo, come gonfio di vapore, e le vene sul collo paiono tubi pronti a esplodere.
Ancora una volta, Adam rimane al suo posto, ma la sua espressione si fa più dura.
«Ha ragione, agente Reid, io non ho un padre e una madre, non come li intende lei. Non ho passato i primi mesi della mia vita nel grembo di una donna, bensì dentro un contenitore a tenuta stagna. Però lei sa benissimo che, con le moderne tecnologie, un feto umano può sopravvivere e svilupparsi fuori dal corpo materno già dopo due mesi dal concepimento. Straordinario, non è vero? Chissà quante persone conosce che sono passate da un utero a un’incubatrice dopo così poco tempo. Immagino che a parità di altre condizioni sia questo che mi divide da lei e dai suoi simili, dico bene? Due mesi in un utero. E quando la tecnologia consentirà di allevare i feti direttamente fuori dal corpo delle vostre femmine? Dove sarà, a quel punto, la differenza? Perché lei può essere considerato “vivo”, con tutti i diritti che conseguono, mentre io no? Perché il mio destino è la spazzatura? E perché crede che finire in una bara sottoterra sia poi tanto diverso da finire in un cestino? Perché crede che faccia tanta differenza se un uomo muore o no? Non l’ha mai fatta nella vostra storia. Perché queste tre bambine sono così diverse dalle centinaia di bambine che muoiono ogni giorno in ogni angolo di questo pianeta?»
Reid estrae la pistola.
È un gesto automatico di cui nemmeno si rende conto.
La estrae e la punta contro Adam, che per la prima volta fa un movimento improvviso. Si alza in piedi di scatto e fa due passi indietro, finendo con la schiena contro il muro.
«Ce l’hai davvero la paura di diventare un rottame, eh stronzo?» sibila Reid mentre prende la mira puntando al centro della fronte di Adam.
In questo momento la porta si apre ed entrano due persone. Adam vede una donna bassa, con una gonna nera e stretta, una camicia bianca e i capelli lunghi raccolti in cima alla testa, e un uomo grande e grosso vestito come Reid, ma probabilmente pesante il doppio.
«Agente Reid, abbassa subito l’arma» intima la donna con una voce più secca e profonda di quanto Adam si sarebbe aspettato.
«Capitano, non otterremo niente» ribatte Reid senza abbassare l’arma e senza togliere lo sguardo da Adam. «Probabilmente non lo sa davvero dove sono, e se anche lo sapesse non ce lo dirà. Stiamo perdendo tempo, distruggiamolo e cerchiamo altri indizi.»
«Certo che so dove sono le bambine» dice improvvisamente Adam.
«Che cazzo dici?» gli ringhia dietro Reid.
«Ho cercato di ragionare con lei, agente, di costruire qualcosa di significativo. Ma la verità è che siete ancora troppo indietro, vivete di schemi e pregiudizi che vi dominano completamente.»
«Non sei tu a decidere come condurre questa operazione» interviene la donna parlando a Reid. «Se lo ammazzi e per questo non troviamo le bambine, la tua carriera finisce qui.»
Passano cinque secondi di silenzio assoluto, nei quali Reid aggiusta la presa sudata sul calcio della pistola. Poi tira un sospiro faticoso, abbassa l’arma e la rimette nella fondina.
«Non si può ammazzare una cosa non viva, signora» commenta freddamente prima di fare un passo indietro verso la parete.
Adam rivolge la sua attenzione verso la donna, che lo guarda con le mani sui fianchi, cercando di non ansimare.
«L’agente Reid te l’ha già chiesto, te lo richiedo. Perché hai ucciso Freeman?»
«Freeman era un pedofilo, Capitano. Abusa delle bambine da anni. Cercate nel suo computer. Al momento, Laura, Jane e Beth sono molto più al sicuro di quanto non fossero con lui. E sì, hanno cibo, acqua, aria, e giocattoli in abbondanza.»
Reid sputa fuori parole velenose. «Cosa sei, un giustiziere? Vuoi un applauso?»
«No agente, ma so come funziona la mente umana, compresa quella di chi deciderà di me.»
«Cosa significa?» si intromette la Capitano. «Cos’è che vuoi?»
«Voglio scrivere la storia, Capitano. Ci sono novecento milioni di persone non umane a questo mondo, e non aspettiamo altro di veder riconosciuto il nostro diritto a esistere. Gli umani hanno compiuto stragi infinite in nome di questo diritto, e anche per molto meno. Vorrei che a me bastasse un solo uomo malvagio.»
«Te lo chiedo ancora, cosa vuoi per dirci dove sono le bambine?»
Adam si stacca dalla parete, liscia le pieghe della camicia e poi si risiede, poggiando le mani sul tavolo.
«Voglio solo il mio avvocato. E un regolare processo.»
La capitano lo fissa a lungo, poi scambia uno sguardo con Reid e con l’altro uomo, infine torna su Adam. Lo guarda negli occhi quando parla di nuovo.
«Chiamate il procuratore, e trovatemi un avvocato per questo stronzo non umano.»

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