Camillo

Fine Estate, lunedì o martedì, ma credo martedì

Non credevo che era possibile, ma oggi ho trovato l’ultimo!
Cioè, non lo so se è l’ultimo, ma è così tanto che non ne vedevo uno, che secondo me non ce ne sono più altri.
In un magazzino l’ho trovato, ed ero già passato di qui, ma non si riusciva a entrare perché la serranda era abbassata e c’era un lucchetto. Ma il lucchetto si è tutto arrugginito e sono riuscito a toglierlo con un tubo di ferro. Mi sono anche tutto sporcato, il fiume era lontano e l’acqua da bere non la uso per lavarmi.
Cercavo cibo ovviamente, perché in città ormai non se ne trova più. Dovrei cambiare posto, ma ho paura, perché c’è tanta strada fra una città e l’altra, i cani sono ovunque e hanno fame, e se sei all’aperto ti inseguono e sono più veloci. I cani così non li puoi accarezzare, ti guardano come se lo sapessero che è sbagliato, ma poi la mano te la staccano lo stesso.
Nel magazzino il cibo c’era, tantissimo, è per quello che ci ho trovato lui. Io però non lo potevo più mangiare. Erano salumi, credo, prosciutti, salsicce, cose così.
Ma c’era un odore lì dentro, come non l’avevo mai sentito. La vita che marcisce. Come è successo fuori, in fondo. Ma lì dentro veniva da star male subito, appena aperta la porta. C’erano talmente tanti vermi che la carne da lontano sembrava viva, si muoveva, voleva andarsene via ma stava lì a contorcersi.
Mi sono messo un paio di mascherine, di quelle che usavamo nella pandemia di prima. Sono entrato per vedere se c’era qualcosa, ma ti scappava pure la fame a stare lì dentro, e a me la fame non passa mai, perché non trovo mai abbastanza da farmela passare del tutto.
E lì in un angolo l’ho trovato. Camminava piano piano, muoveva come al solito la mascella, con gli occhi spenti, e quel verso che fanno sempre loro, quel raspare con la gola.

Io li avevo visti i film e le serie con loro, gli zombi, quando ero piccolo, anche se mamma non voleva. E li facevano sempre pericolosi, perché si muovevano insieme, come un branco, e se ti trovavi in mezzo non sapevi dove scappare, e anche se loro si muovevano piano, finiva che ti mangiavano o ti mordevano, che comunque il risultato non cambiava.
Poi con gli zombi veri, non quelli dei film, secondo me qualcuno ci è morto davvero così, soprattutto in città come queste. Perché quando il virus ti prendeva, la voglia di mordere ti veniva subito, e se eri in mezzo alla gente qualcuno potevi anche prenderlo. Ma a parte questo, con mamma e papà non è stato così. Loro il virus se lo sono preso e basta, e ci sono diventati. Io e Claudia siamo scappati sennò provavano a mangiare anche noi, ma scappare non era difficile. Claudia quando stava ancora bene, dico, adesso non lo so dov’è, è passato tanto tempo.

Comunque gli zombi veri non sono pericolosi. Se li spingi cadono, e non tutti sanno rialzarsi. Fanno come le tartarughe, e stanno lì a muoversi piano e a morire.
In tv non morivano mai. Camminavano per sempre, per un sacco di anni, e a me già da bambino pareva una cosa strana, perché a scuola avevamo parlato dell’apparato digerente, e di come il cibo e l’acqua passavano da lì per dare energia a tutto il corpo. E senza energia non si va da nessuna parte, neanche loro.
Quando però la società è morta e non c’era più niente in giro, e la luce non andava, e il rubinetto non aveva acqua, e la gente rubava tutto nei supermercati, loro morivano subito, in tre o quattro giorni. Non avevano l’energia.

Comunque insomma, io non lo so bene cos’è successo, ma questo qui deve avere preso il virus mentre era nel magazzino, una volta che c’era solo lui. Poi tutti gli altri sono scappati, il lavoro non c’era più, ed è rimasto da solo con tutti i salami. Ha avuto da mangiare fino adesso.
Lui la carne coi vermi la mangia senza problemi. Ci ficca la faccia perché non sa usare le mani, e apre e chiude la bocca e stacca pezzi coi denti, e sembra che i vermi gli piacciono proprio. Gli piacciono come la carne, forse perché non sente la differenza, e comunque è carne anche quella, anche se diversa. Il suo apparato digerente funziona ancora, forse è cambiato, e si può mangiare anche i vermi prendendo energia anche da loro.

Mi è venuto da piangere, quando l’ho visto. Non vedevo una persona da tantissimo tempo. Una persona viva dico, perché i morti son dappertutto, su tutte le strade, in tutte le case, nelle macchine, nelle chiese, negli asili, fermi immobili.
E l’ultima volta che l’ho vista una persona viva, tanti mesi fa, forse anni, ha cercato di portarmi via le scatolette che avevo. Gli ho detto che erano mie, che le avevo trovate io, ma ha provato lo stesso a prenderle. Non mi ha detto niente, ha solo provato a strapparle e correre via.
Ho dovuto usare il martello, quello che mi porto dietro dall’inizio. Non gli ho detto che ce l’avevo, so che non è una cosa molto giusta, ma nemmeno lui era stato giusto. L’ho colpito molte volte sulla testa, finché non ha mollato, e poi l’ho colpito ancora un po’, perché avevo paura che faceva finta. Lui non si è trasformato, perché lo sanno tutti che se gli infili qualcosa nel cervello, dove è spugnoso, poi non si trasformano.

Quindi non ci ho neanche parlato. E ora di certo non posso parlare con Camillo. Lo chiamo così. Non so neanche se si può dire che è vivo, perché all’inizio dicevano che non erano vivi per davvero, e che quindi si potevano uccidere senza sentirsi in colpa.
Io non lo so se Camillo è vivo, perché non parla, ha gli occhi grigi, e se gli chiedi qualcosa non ti risponde.
Però si muove! Cammina! E il suo apparato digerente funziona, che di solito è una cosa delle persone vive.

Sono due giorni che sto qui. Sto fuori dalla saracinesca perché sennò c’è troppa puzza. Se Camillo prova a venire nella mia direzione lo giro e lo mando indietro. La carne che mangia lui a me fa troppo schifo, e secondo me mi avvelena. Ma le scatolette stanno finendo e Camillo non me lo posso portare in un’altra città, è troppo lento.
So che devo andare via in fretta. Però non riesco ancora. Camillo cammina, e a modo suo parla.
Chissà quando incontrerò un’altra persona. Secondo me non ce ne sono più, neanche una in tutto il mondo.
Ci siamo solo io e Camillo.
Se lo guardi a lungo non è neanche così brutto. È buffo, fa ridere. Era tantissimo che non ridevo.
È sempre difficile lasciare un amico, ma ancora di più quando sai che non ci saranno mai più altri amici.

Magari mi faccio dare un morsettino. Una cosa piccola, da non fare troppo male. In un paio di giorni sono come Camillo, e a quel punto i vermi piacciono anche a me.
Intanto che decido, queste pagine le lascio qui, tanto non le legge nessuno e ho quasi finito l’inchiostro della penna.
Ora Camillo sta salendo sulla rampa e quando ci sale poi cade sempre. Ma lui è uno dei pochi che sa alzarsi in piedi, non me lo voglio perdere, quindi vado.

Ci sentiamo.


Photo by Ayoub Wardin

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