Il Personaggio

L’uomo sedeva da solo, nell’angolo più remoto. Il tramonto galleggiava nella finestra, riscaldando appena il vecchio parquet scheggiato e arrampicandosi fino al piccolo bicchiere mezzo vuoto. Il vino bianco spargeva sul tavolo una luce ballonzolante mentre l’uomo rigirava lentamente il gambo di vetro fra le dita. Guardava fisso di fronte a sé, un punto qualunque del pavimento. Poche persone, nel bar: un ragazzotto con strani tatuaggi tutto preso dal giochino elettronico, tre del circolo a giocare a scopa, due vecchi amici intorno al biliardo, a litigare fitto su chi avesse pagato l’ultima volta.
Dopo un po’ si accorse di avere ancora su il cappello, che tolse con la mano sinistra e poggiò sul tavolo, fissandolo stordito. Avrà avuto trent’anni, quel cappello, e non li facevano più così spessi, di lana così grossa. Quando l’aveva comprato aveva i capelli anche sopra, oltre che solo di lato. Lo afferrò di nuovo, lo spinse in fondo alla tasca del cappotto e rialzò lo sguardo, fermandolo sulla porta d’ingresso del bar. Aspettava da un po’. Pensò di chiamare, ma poi fissò con sospetto il vecchio telefonino appoggiato sul tavolo, come se fosse una trappola per topi. A metterci le dita senza attenzione rischiavi che te le mozzasse via.
Alla fine l’amico arrivò, entrando con un po’ di fiatone e stringendo gli occhi rugosi in cerca di facce conosciute. Scorse nell’angolo la mano alzata e si avviò verso il tavolino facendo saluti infreddoliti a gente che non c’era.
Individuò la sedia libera e ci si lasciò cadere con un tonfo.
«Giovanni, mi devi scusare, ma mi hanno detto all’ultimo che dovevo passare a prendere la bambina.» Sorrise cordiale. «I nonni son sempre liberi, giusto?»
Giovanni rispose al sorriso senza grande entusiasmo, rimanendo in silenzio.
«Ma quindi che succede?» continuò l’amico. «Non avevi un bel tono al telefono?»
Giovanni guardò l’amico negli occhi per qualche secondo, senza dire niente. Per un momento ci ripensò, valutando l’ipotesi di mostrarsi giusto un po’ nostalgico. Sarebbe bastato buttare lì il nome di Rivera, e la conversazione avrebbe subito imboccato binari sicuri e conosciuti. Ma fu solo un momento, c’erano cose urgenti di cui discutere.
Sollevò il bianchino tra le dita e diede un piccolo sorso.
«C’è una cosa che ti devo dire, una cosa strana.»
L’altro si sbottonò il cappotto e aggrottò le sopracciglia.
«Strana come? Giovanni, ma mi devo preoccupare?»
Giovanni fece un gesto con la mano sinistra, dall’alto in basso. Piano, piano, è una cosa tra noi.
«Te lo dico così, come mi viene. Stamattina mi sono svegliato, e ho pensato questa cosa: che non esisto. Non esisto veramente.»
Passò qualche istante di silenzio.
«Non ho capito», confessò l’amico.
Giovanni poggiò entrambe le mani sul tavolo, i palmi aperti sul legno pieno di graffi, e le fissò a lungo, cercando di vederle sul serio, con i loro solchi e le macchie dell’età. Ma era tutto molto labile, passeggero.
«Da questa mattina ho la profonda convinzione che qualcuno mi abbia inventato. Che non sono una persona reale. Sono come in un libro, capisci? Sono un personaggio, uno che ti ha chiamato e ti ha chiesto di venire qui, perché qualcuno ha deciso che doveva fare così.»
Dopo queste parole Giovanni si fermò, scrutando gli occhi dell’amico in cerca di un qualche segno di comprensione. Non ne trovò molti.
«Credi che sia diventato matto?» chiese rassegnato. «Mi sta forse venendo quella cosa dei vecchi che si dimenticano cosa hanno fatto il giorno prima?»
Di fronte allo spauracchio della malattia l’amico si riscosse. Agitò le mani e la testa, schivando quel pensiero.
«No no, ehi, calma» ribatté. «Io non ho detto niente. E ti dico la verità, Giovanni, non sono ancora sicuro di capire bene. Mi stai dicendo che credi di non essere una persona vera? Ma scusa, se non sei una persona vera cosa sei?»
«Te l’ho detto», ripeté Giovanni, «sono un personaggio. E ti dirò di più, sono un personaggio scritto. È uno scrittore che mi ha inventato, e che scrive quello che faccio e che dico. E anche quello che penso.»
L’amico strinse le labbra, pensieroso. Forse cominciava davvero a temere qualche problema medico.
«Ma Giovanni, se tu non esisti, se sei un “personaggio”, come dici tu, allora io con chi sto parlando? Chi ho davanti?»
Giovanni si sistemò meglio sulla sedia. Quella era una parte difficile.
«Sei un personaggio anche tu. Anche tu sei stato inventato, e la stessa persona che scrive quello che faccio e penso io, fa la stessa cosa con te.»
L’altro non riuscì a trattenere un piccolo brivido. Allungò una mano e strinse quella di Giovanni, che era ancora appoggiata sul tavolo.
«Giovanni, adesso sì che mi fai spaventare. Guardami bene, capisci che quello che dici non ha tanto senso? La senti la mia mano? Non ti stai sognando niente, siamo svegli e siamo qui insieme.» Guardò il liquido giallognolo nel bicchiere. «Sei sicuro di non aver esagerato? Quanti ne hai bevuti prima di questo?»
Giovanni ritirò la mano, leggermente infastidito dall’insinuazione. Non cambiò il tono di voce, ma piantò gli occhi grigi in quelli dell’amico facendogli capire che era più che lucido.
«Non ho bevuto troppo, e non ho detto che stiamo sognando.»
«Va bene, non ti arrabbiare. Però Giovanni, capisci anche tu che quello che dici non è normale, non mi è mai capitata una cosa del genere. Non lo vedi dove siamo? È il bar, veniamo qui da sempre, ci conosciamo da cinquant’anni!»
Giovanni non aveva smesso di fissarlo.
«Come fai a esserne così sicuro?»
L’amico rimase per un attimo interdetto. Ci pensò su qualche istante prima di rispondere.
«Cosa vuol dire come faccio a esserne sicuro? Sono sicuro perché è così, è la nostra vita, mi ricordo tutto.»
«Va bene, allora ascolta.» Giovanni prese il bicchiere e lo spostò di lato. Poi fece la stessa cosa col telefonino. Lasciò uno spazio vuoto in mezzo al tavolo e cominciò a tracciarci piccoli segni mentre parlava, come se le mani grinzose potessero spostare blocchi invisibili di conoscenza così da renderli più evidenti agli occhi dell’amico.
«Io e te ci ricordiamo tutto. Siamo vecchi, abbiamo vissuto una lunga vita. Abbiamo lavorato insieme, siamo andati in pensione quasi nello stesso momento, abbiamo i nipoti. Ci ricordiamo tutti e due di quando Luigi è entrato proprio da quella porta lì, dicendo che la moglie aspettava tre gemelli. E ci ricordiamo di quando si è rotto il tubo del lavandino e tutto il bar si è allagato.»
L’amico rise, sollevato. «Ma certo, è esattamente quello che stavo dicendo!»
Giovanni sollevò una mano per chiedere silenzio e poter continuare.
«Ma se tutto questo non esistesse, se non fosse mai esistito… Se ci fosse uno scrittore che ci obbliga ad avere questi ricordi, a sapere tutte queste cose, noi come faremmo a capire la differenza? Se lui può entrare nella nostra testa… anzi, se è stato lui a decidere che la nostra testa doveva esistere, come possiamo noi accorgerci di cosa è vero e cosa no?»
Dopo questa frase Giovanni si trovò di fronte due occhi stralunati. L’amico guardò per un attimo alla sua sinistra, per essere sicuro che i giocatori di carte non li avessero sentiti. Ma quelli avevano da tenere i loro punteggi e farsi i loro segnali segreti, e non si curavano di niente altro.
L’amico si sporse in avanti, parlando sottovoce.
«Giovanni, ascolta, io non so perché mi stai dicendo queste cose, ma devi stare attento a non farti sentire. Io sono amico tuo, lo sai, ma effettivamente se qualcuno ti sentisse potrebbe pensare che tu abbia qualche…»
Fu interrotto da un trambusto all’ingresso. Sulla porta dell’osteria affollata apparvero tre uomini in divisa, biondi, impeccabili, gli stivali tirati a lucido e i capelli scintillanti. Salutarono col braccio teso diversi clienti e poi il proprietario, ricevendo risposte ossequiose e perfino qualche mezzo inchino. Cinque persone, sedute a quattro tavoli differenti, si alzarono per cedere la propria sedia, sorridendo servilmente. I soldati ostentavano risate e strette di mano, e fecero finta di non voler costringere nessuno ad alzarsi, salvo poi prendere gli sgabelli che erano stati offerti. Tre boccali traboccanti schiuma partirono da dietro il bancone e presero a farsi strada tra la folla prima ancora che si fossero messi a sedere.
Per un attimo, l’amico si dimenticò cosa stesse dicendo.
«Non mi piacciono le SS, Jan» sussurrò, «e non mi piace questo continuo parlare di patria, e onore, e riscossa della Germania. Sai che hanno confiscato il negozio del vecchio Jacob? Hanno requisito tutto e lui è sparito, dicono che l’hanno portato fuori dal paese. Non mi piace. E non mi piace quello che si sente sulla Polonia. Perché dovremmo andare lì, che ce ne viene? I ragazzi sono tutti entusiasti, a mio nipote brillano gli occhi quando parla del Fuhrer, ma io non sono convinto. Io e te l’abbiamo fatta, la Grande Guerra, e se qualcuno di quei ragazzi, Dio ci aiuti, finirà al fronte, si pentirà di quello che dice ora.»
Jan non rispose. Sollevò il boccale e buttò giù un sorso di birra, pensieroso. Nella finestra, il sole rossastro filtrava attraverso una Berlino in festa, massiccia e forte, dove le svastiche garrivano al vento dai loro palazzi inamovibili. Sembrava tutto così robusto, così pronto all’azione. Il giornale sul tavolo, accanto a lui, parlava di un futuro glorioso e di un fantomatico posto nella Storia. Ma Jan non riusciva a darci peso. Né riusciva a sentire la stessa preoccupazione dell’amico. Tutto ciò che lo circondava era avvolto da una nube biancastra, un muro soffice che attutiva i suoni e rendeva tutto meno decisivo.
«Può darsi» mormorò infine, rimanendo vago. L’amico lo guardò, ricordando il motivo per cui si trovavano lì, e piombò in uno sconforto ancora più profondo di quello provocato dai soldati.
«La guerra te la ricordi, Jan?» domandò cupo. «Siamo quasi morti, tutti e due, come fai a dire che non è successo?»
Jan tornò a guardare il volto dell’amico, e ne fu quasi commosso. Quale che fosse la natura di quei ricordi, non si poteva negarne l’impronta sulle loro anime. Eppure, la sua convinzione non cedeva di un centimetro.
«Niente cambia quello che c’è tra noi. Ma non posso scegliere ciò in cui credo. Questa città, questo mondo, questo tavolo, tu, io. Non esistevamo fino a pochi istanti fa. Qualcuno ci ha messo qui.»
«Qualcuno?» ribatté frustrato l’amico. «È forse Dio? Quest’essere onnipotente che si permette perfino di decidere cosa dobbiamo ricordare e cosa dobbiamo credere? È questo che dici? Che Dio ti ha fatto una rivelazione?»
«No, non è questo» rispose Jan, irritato dalla sua stessa incapacità di spiegarsi. «Non sto parlando di Dio. Sto parlando di un uomo. Un uomo solo, seduto di fronte a un pezzo di carta. È lui che ha deciso la nostra esistenza e il nostro pensiero. È lui che porta avanti questa stessa conversazione.»
«E allora perché lo fa? Perché ha deciso di metterci qui e di farci parlare?»
Jan rimase interdetto per un istante. Nessuno gli aveva detto che doveva pensare a quel dettaglio.
«Non lo so. E quindi significa che non vuole che lo sappia.»
L’amico alzò una mano verso un cameriere, chiedendo qualcosa da bere anche per sé.
«E quindi ora che vuoi fare? Come vuoi usare questa informazione? Vuoi andare in giro a dire a tutti che non esistono? Perché se lo farai, amico mio, ti manderanno al manicomio, questa è la verità.»
Jan non voleva questo. Non sapeva cosa volesse, ma diventare una specie di profeta non era il suo obiettivo. Rimase in silenzio a lungo, mentre l’amico si fissava le mani per non incontrare i suoi occhi. Sbirciò fuori dalla finestra, nel silenzio del saloon. Il sole si immergeva nella pianura, mentre una folata di vento faceva rotolare piccoli ammassi di arbusti vicino alle zampe dei cavalli.
John rigirò il bicchiere di whisky tra le dita, non sapendo cos’altro pensare. La quiete fumosa del locale veniva rotta dai primi clienti della sera, che si trascinavano oltre le ante dell’ingresso battendo a terra gli stivali impolverati.
«Almeno tu sai leggere?» gli chiese l’amico dopo una lunga pausa.
John scosse la testa. «Qualcosa, ma poco.» Gli sembrò di vedere una macchia sulla falda del cappello, ma quando controllò era solo uno scherzo della luce. Il fatto che il cappello fosse appoggiato al tavolo gli suonò strano, per qualche motivo.
«E come ha fatto un figlio di puttana analfabeta a farsi venire in mente una cosa così?»
John sospirò, esasperato. «Non so spiegare perché lo so, te l’ho detto. Lo so e basta.»
«E lo sai perché questo tizio, questo… Scrittore, ha deciso che dovevi saperlo, giusto?»
«Giusto.»
«Ma non sai perché lo sai, e nemmeno cosa dovresti fare dopo.»
«Esatto.»
John guardò l’amico passarsi la mano sulla fronte, confuso. Faceva caldo, ed erano entrambi sudati. L’amico si girò nuovamente per cercare qualcuno dietro il bancone.
«Devo dire di farmelo bello forte, altrimenti mi fonderà il cervello.»
A quella frase John ebbe una specie di sussulto. Cercò di ricordare le parole esatte dell’amico ma non ci riuscì.
«Fermo!» gli disse. «Aspetta un momento.»
L’amico abbassò il braccio, stupito.
«Che ho fatto?»
John stiracchiò uno strano sorriso. L’amico lo trovò quasi spaventoso.
«Che hai ordinato prima?» chiese John.
«Che vuol dire?»
«Vuol dire quello che ho detto. Che hai ordinato? Cosa stai aspettando?»
«Che diavolo vuol dire cosa sto aspettando? Quello che ho ordinato!»
«E cosa hai ordinato?»
Silenzio. L’amico lo fissava inebetito, senza pronunciare parola. Non lo sapeva. Non ne aveva alcun ricordo.
«Io prima mi sono girato e ho fatto così col braccio» lo alzò, imitando se stesso «e poi…»
«E poi?» lo incalzò John.
«Non mi ricordo. Avrò chiesto un whisky, come te, giusto?»
«Non lo so, tu lo sai?»
L’amico lo fissava a occhi sbarrati. Sentì il calore del saloon salire a livelli intollerabili, e cominciò a sventagliarsi la faccia col cappello.
«Mi stai facendo cagare sotto, John, Cristo Santo.»
Si alzò in piedi e si rivolse all’uomo dietro al bancone.
«Ehi amico, cosa ho ordinato prima? Scusa, ma non lo ricordò più.»
L’uomo stava strofinando un bicchiere con uno straccio, e guardò prima lui e poi John.
«Non avete ordinato niente, signore» spiegò da sotto i baffi impomatati.
«Come no?»
«No, siete entrato e siete andato a sedervi con il vostro amico, stavo appunto pensando di venire a chiedervi cosa volevate.»
L’amico guardò John, sgomento.
«Ma io mi ricordo davvero di aver ordinato qualcosa…» cercò di spiegare.
«Me lo ricordo anch’io», confermò John, tranquillo.
«Ma si può sapere cosa diavolo hai da ridere?»
John buttò giù il suo ultimo sorso di whiskey.
«Rido perché ha deciso di farlo capire anche a te. Siediti.»
L’amico si sedette. Da qualche parte, lontano fuori dal saloon, qualcuno sparò un colpo di pistola. Urla soffocate al seguito. Nessuno ci fece troppo caso.
«Tu non mi credevi» spiegò John, «pensavi fossi impazzito. Lo Scrittore voleva tenerti all’oscuro, e non c’era niente che io potessi dire per convincerti. Perché era lui a decidere cosa dovessi credere, non tu. Ora deve aver cambiato idea.»
L’amico rimase a bocca aperta, e ci mise un po’ prima di articolare un pensiero coerente.
«Aspetta ma…» pensare gli risultava quasi doloroso, e sentiva la testa pulsare come se qualcuno gliela stesse schiacciando. «Tu hai detto che lui decide cosa devo pensare, però sei stato tu a convincermi. Sei tu che mi hai fatto capire, dicendo quella cosa dell’ordinazione.»
Era vero, aveva ragione. John si accarezzò la folta barba, riflettendo su quelle parole.
«Significa che si sta divertendo» concluse infine. «Gli piace usarci per il suo piccolo esperimento. Invece di darti la verità, ha deciso di fartici arrivare attraverso un indizio.»
John si appoggiò allo schienale di legno della sedia, facendola dondolare. Incrociò le braccia sul petto e rifletté su un altro dettaglio che gli era venuto in mente solo in quel momento. In qualche strano modo, cominciava quasi a divertirsi.
«Non so il tuo nome» disse semplicemente.
L’amico lo guardò appena, ormai rapito dal timore superstizioso.
«Che significa che non sai il mio nome?»
«Tu lo sai?»
L’amico fece per rispondere subito, aprì anche la bocca, ma si fermò. Rimase con le labbra semiaperte, e i suoi occhi si misero a cercare la risposta ovunque, sul pavimento di terra e sulle pareti di pietra. Si guardò intorno, cogliendo le espressioni incuriosite dei compagni del villaggio. Fuori dalla locanda, nel buio del bosco, un gufo solitario accoglieva la notte imminente, ululando in mezzo agli alberi. Il sole morente si rifletteva sul fiume, in lontananza, ma quel minimo spicchio di luce calante non riuscì a dargli alcun conforto.
«Che Odino mi protegga, Johan, non lo so proprio.»
Johan avvicinò all’amico la sua brocca.
«Bevi un sorso amico mio. Non aver paura, non ce n’è motivo, per ora.»
L’amico afferrò la brocca con due mani e bevve l’idromele a lunghe sorsate, quasi strozzandosi. Poi la poggiò nuovamente sul tavolo e portò la mano alla spada, tenendola stretta a sé.
«Prima di venire qui sapevo il mio nome, Johan, lo sapevo certamente!» si lamentò.
Johan scosse la testa, sicuro. «No, credi di saperlo. Ma forse non c’è nessun prima, forse sei nato proprio quando sei entrato da quella porta. O forse sono io a essere nato quando tu hai cominciato a parlarmi, e prima esistevi solo tu.»
L’amico scosse la testa, tenendo gli occhi chiusi.
«È una stregoneria, ecco cos’è. Perché hai detto che non c’è pericolo per ora? Che significa per ora?»
Johan guardò il fuoco scoppiettare nel camino e pensò ai lunghi inverni nella neve, alle battute di caccia, ai suoi tre figli e alla donna morta nel dare alla luce il quarto. E improvvisamente il calore e la forza di quei ricordi venne sbiadita dall’incredibile idea che fossero stati creati dal niente, con poche rune su una pergamena.
«Significa che ora siamo qui, al caldo e tra amici. Ma il Cantastorie potrebbe decidere in ogni istante di portarci altrove, in guerra, in fondo al mare, nello stesso Valhalla. Tra un istante potremmo non essere più amici, e non esserlo mai stati.»
«È Loki, non è vero? Un inganno tessuto dal re delle menzogne?» Johan guardò l’amico alzare gli occhi al cielo, prossimo alle lacrime. «Miei dèi, pietà per un povero contadino, pietà per due amici che mai hanno fatto mancare la loro lealtà. Fateci uscire da questa tenebra che ci avvolge.»
Johan smise di sorridere. Era stato divertente, per un po’, ma ora l’amico gli faceva pena, non riusciva ad accettare la realtà. Forse il Cantastorie lo stava mettendo alla prova in qualche modo.
Silenzio. Nonostante il sottofondo persistente di musica, ideato per non farli mai venire davvero a contatto con la terrificante quiete dello spazio, Jovy poteva sentire tra una nota e l’altra l’assurdo vuoto in cui erano immersi da mesi. Sulla Terra quel tipo di silenzio non era concepibile, a meno di creare in laboratorio condizioni molto particolari. Sulla Terra era lo stesso suolo a muoversi, a slittare, a esercitare piccole e costanti pressioni su tutto ciò che di effimero e transitorio gli uomini decidevano di costruire su di esso. Muri che gemevano, insetti che frinivano, il semplice fluire dell’aria tra i fili d’erba. Nello spazio infinito, invece, non c’era niente che provenisse dal di fuori. Tutto il suono prodotto veniva da dentro, da loro stessi, e il guscio di note preziose a cui non rinunciavano mai sembrava la coperta di cotone con cui un bambino si protegge dagli artigli dei suoi stessi incubi.
Jovy lanciò un’occhiata stanca fuori dall’oblò. Stavano facendo una virata, anche se gli stabilizzatori interni della nave impedivano al loro stomaco di percepirla. Un sole estraneo e freddo scorse distrattamente sul vetro, sparendo dietro lo scafo. Un tramonto breve e ben poco romantico. Da quel momento in poi, solo buio senza fine, punteggiato di piccole luci più lontane di quanto mente umana potesse concepire.
L’amico sorseggiava il suo vino sintetico tenendo le gambe incrociate, pensieroso e sempre in bilico sullo scetticismo.
«È un bel trucco, Jovy. Davvero non ricordo il mio nome. Mi chiedo se per caso non sei riuscito a iniettare qualche strano composto nel mio drink. Ma in fondo che importa, è così buono, e il viaggio così lungo.»
«La stai prendendo bene» notò Jovy. «Temevo che potessi spaventarti, e mi sarebbe dispiaciuto.»
L’amico abbassò leggermente la testa per guardarlo da sopra il visore olografico personale.
«Andiamo Jovy, siamo in giro per l’universo da non so quanto, dentro un fusto di latta che un qualunque asteroide spazzerebbe via in un istante, e l’avamposto umano più vicino è ad anni luce di distanza da qui. Se mi volessi preoccupare di qualcosa avrei ben altro tra cui scegliere…»
Jovy sorrise, rincuorato. Sollevò il suo calice di schiuma quantica e lo fece vedere al robot di turno. Il servizievole cameriere metallico fluttuò verso di lui per riempirglielo di nuovo.
«Una cosa però mi turba» confessò l’amico.
«Sentiamo» concesse Jovy.
«Se il tuo Autore… anzi, il nostro Autore, ci ha messo qui, facendoci fare questo discorso, dandoci vite così normali e prive di qualunque evento degno di nota, qual è il vero significato? Voglio dire, se sta scrivendo una storia di qualche tipo, vorrà renderla interessante, non credi? Vorrà farla leggere a qualcuno… A meno che non sia una specie di diario, e io e te non siamo altro che due parti della sua stessa coscienza. Magari è un folle, che semplicemente ci usa per parlare con se stesso. Prospettiva interessante, devo dire… Essere assillato dal ricordo di giorni tutti uguali nella noia del cosmo, solo per far piacere a un uomo qualunque, seduto a una tastiera… avrei qualcosa da dirgli, se mai lo incontrassi…»
Jovy succhiò un sorso di schiuma rigirando la cannuccia tra le dita. «Sono domande interessanti, le tue, ma ti dimentichi un particolare.»
«E sarebbe?»
«È l’Autore stesso che te le sta mettendo in bocca. Lui ha deciso di non darci tutta la verità, e ha pensato che proprio le tue domande sarebbero state interessanti. Non fai pronunciare a un personaggio delle domande, se credi che quelle domande siano superflue. Quale sia il loro significato, però, non lo saprei dire. Può darsi che siano domande che lui fa a se stesso, mentre cerca di capire cosa fare di noi e di tutto l’universo che ci circonda. Magari non siamo nemmeno una storia, ma il suo inizio. Oppure siamo personaggi di contorno, in attesa di un eroe che arrivi qui dentro a portare notizie sensazionali. Tutto ciò che sappiamo di noi sta in poche frasi, o anche in nessuna, e Lui cerca di chiedersi se abbia senso proseguire a parlare di me e di te. A ben guardare, il fatto stesso che io abbia fatto queste riflessioni significa che l’Autore ha deciso che le facessi. Quindi o sono nel giusto, o almeno ho detto qualcosa che lui riteneva interessante.»
«A questo punto sorge spontanea un’altra domanda…» continuò l’amico.
«Cosa ne sarà di noi?» completò Jovy.
«Mi hai letto nel pensiero.»
«Qui il pensiero è uno solo» precisò Jovy, alzando il dito verso un ipotetico esterno della pagina.
L’amico sollevò il suo calice, brindando a quella considerazione.
«Possiamo fuggire, secondo te?» chiese l’amico, vagamente divertito. «Insomma, liberarci?»
«E come?» ribatté Jovy. «Qualunque piano tu possa escogitare, sarà stato Lui a escogitarlo. L’idea stessa di ribellione ti è stata messa in testa da Lui. E se anche qualcuno lo scalzasse dalla sua poltrona e prendesse il suo posto, noi non lo sapremmo, e diventeremmo solo i burattini di qualcun altro.»
«Confortante…»
«Non so quale sia il nostro futuro» confessò Jovy. «Dato che le nostre vite finora sono state abbastanza noiose, mi viene da pensare che forse ci aspetta qualcosa di più movimentato. Oppure, semplicemente, l’Autore si dimenticherà di noi, e ci abbandonerà.»
L’amico si agitò un poco sulla poltroncina a sospensione.
«Ahi, che brutta prospettiva… Ormai esistiamo, no? Anche se in qualche forma bidimensionale e solo verbale… Siamo effettivamente da qualche parte, fosse anche in un semplice cervello. Se Lui smette di pensare a noi, allora non avremo mai una fine, saremo sempre nel posto dove ci ha lasciati prima di smettere di pensarci. Che a voler essere precisi è qui, in un punto imprecisato del cosmo. Credo potrei odiarlo, se mi lasciasse tutta l’eternità in questo enorme buco senza fondo. Il che significa che odierebbe se stesso, sarà bene che ne tenga conto.»
Jovy si guardò intorno: la stanza spoglia del bar dell’astronave, le paratie stagne, il soffice tappeto musicale, il robot educato e senz’anima, e un amico di lungo corso con cui condividere qualcosa da bere e un po’ di chiacchiere.
«Almeno siamo insieme», commentò. «Che siano mille pagine o una sola riga, abbiamo un lungo passato, e un gradevole presente. Finora non ci è andata male. Non ci resta che sperare che in questo tempo, breve o lungo che sia, l’Autore si sia affezionato a noi, e ci conceda una qualche chiusura.»
L’amico alzò nuovamente il suo calice.
«Alle chiusure» sentenziò.
«Alle chiusure» convenne Jovy.
Fuori dalla finestra era calata la sera. Il cielo aveva perso la sfumatura rossa e solo una pennellata di viola resisteva a memoria del giorno passato. Giovanni si alzò, rinvigorito. Una calda sera d’estate li attendeva all’esterno, e improvvisamente sembrò un peccato sprecarla in un bar. Finì la coca e prese il cellulare, lasciando sul tavolo qualche moneta in più del dovuto.
Giovanni e l’amico uscirono, ancora inebriati dalla fine dell’anno scolastico. Respirarono a occhi chiusi il vento tiepido di giugno, e sentirono profumo di mare, di foglie, e di nuvole. Appena fuori dal bar l’amico ricordò il suo nome, e scoppiò a ridere pensando a quanto era stato sciocco a dimenticarselo. Giovanni gli diede un pugno sul braccio e lo sfidò ad arrivare prima di lui in fondo alla strada.
Correndo senza fiato sull’asfalto deserto, alla luce calda dei lampioni, i due dimenticarono tutto ciò che si erano detti nel bar e non ci pensarono mai più. Vissero a lungo e fecero così tante cose che non avrebbe senso elencarle tutte. Morirono a tarda età, in un giorno qualunque di un futuro lontanissimo.

Foto by @_usual_life

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