Vibrisse

Morì di vecchiaia, a 88 anni, e si presentò davanti a Dio.
Non aveva dubbi sul fatto che fosse proprio Lui, o forse Lei, o Loro. Tutto ciò che in vita hai considerato certezze diventa sfocato e sbiadito quando ti trovi a sperimentare la piena coscienza del Principio e Fine di tutte le cose.
Nonostante questa consapevolezza, o forse proprio a causa di essa, si stupì nell’osservare i lunghi baffi, il pelo folto, le orecchie guizzanti e i morbidi cuscinetti rosa sotto le zampe cicciose.
«Sei un gatto», notò, senza nascondere la sorpresa.
«Naturalmente», disse Dio.
Non era proprio “un” gatto. Era “il” gatto. Era la somma perfetta di tutte le caratteristiche normalmente associate al concetto di gatto, ed era quindi estremamente semplice, ma anche straordinariamente complesso, perché era come se racchiudesse in sé ogni singolo gatto mai esistito. Era la gattità più pura che si potesse immaginare, per quanto fosse difficile descriverla. Ed era veramente enorme.
«Sai perché sei qui?» tuonò Dio con molta gentilezza.
L’umano si guardò intorno, contemplando l’infinita distesa di soffici nuvole sotto i suoi piedi, il cielo blu in alto, e i riflessi del sole sul grande cancello dorato.
«Per essere giudicato?» azzardò.
«Proprio così» disse Dio. «Sai come si giudica un umano?»
Scosse la testa.
«Gli umani vengono giudicati in base a come hanno trattato i gatti nel corso della loro vita. Se li hanno trattati bene, finiscono in paradiso, dove i mici che vi abitano potranno ricevere le loro coccole.»
«Quindi tutte le nostre idee… Le nostre religioni…»
Dio non rispose, anche se, in un modo tutto felino, sorrise.
«E se un umano non ha trattato bene i gatti?»
Dio non rispose subito, perché un pelo gigantesco gli era finito in gola. Fu scosso da qualche fastidioso spasmo e spalancò la bocca titanica, rigurgitando una bella galassia a spirale che rotolò via per incastrarsi da qualche parte nel cosmo.
«Significa che non era pronto e viene rimandato indietro per studiare un altro po’.»
«E se una persona non ha nemmeno mai avuto un gatto?»
«Rimandata» disse Dio.
L’umano spostò il peso da un piede all’altro, a disagio. Per un attimo si chiese se ce l’avesse ancora, un peso, o se invece fosse solo un’impressione.
«Io ho avuto due gatti»
«Lo sappiamo. Dory e Fluffy. Saranno loro a giudicarti.»
Da dietro una nuvola comparve Dory, e subito l’umano sentì una stretta nel petto. Era bianca come la ricordava, con quell’unica macchia nera sulla zampa sinistra e gli occhi talmente azzurri da essere quasi trasparenti. Ricordò con dolorosa chiarezza di quando le dava il latte nel piattino di plastica, oppure di quando lei dormiva sul suo stesso cuscino, appallottolata accanto alla sua testa. E subito dopo arrivò Fluffy, con le sue gambette storte, il muso tondo, e quella specie di entusiasmo che una volta lo fece sparire per tre giorni, salvo poi tornare a casa prendendosi un’uguale quantità di rimproveri e abbracci. Sentì salire le lacrime agli occhi, non li vedeva da così tanto.
Dori e Fluffy guardarono Dio, che si prese il tempo per leccarsi il dorso di una zampa e passarsela poi ripetutamente sul muso.
«Prego» disse infine, dando loro il via libera.
Sia Dory che Fluffy corsero ai piedi del loro vecchio umano e si strusciarono con passione sulle sue gambe.
«Hai voluto bene a questi gatti, non è così?» chiese Dio.
Lui annuì, con un groppo in gola.
«Posso chiederti come mai non hai voluto adottare un altro gatto, dopo Fluffy?»
L’umano sorrise per la foga con cui i due mici si contendevano le sue caviglie. Non li aveva mai visti insieme, Fluffy erano nato qualche anno dopo che Dory se n’era andata.
Alzò uno sguardo commosso. «Avevo già una certa età e non avevo figli, non volevo rischiare che rimanesse da solo.»
Dio fece le fusa, e l’intero universo vibrò sommessamente.
«Ne alleviamo molti ed è un lavoro difficile, tante cose possono andare storte. Ma tu sei un bravo umano, sei venuto bene.»
Il cancello dorato prese ad aprirsi. Dory e Fluffy non aspettarono e si fiondarono dentro passando fra le sbarre e miagolando allo loro spalle per invitarlo a seguirli. Da oltre la soglia proveniva un miagolio diffuso e gentile. C’era tanta luce, una luce calda sotto la quale sarebbe stato bello schiacciare un pisolino.
«Da bambino ho avuto anche un cane» confessò all’indirizzo di Dio, quasi che non si sentisse degno di varcare la soglia.
«Il valore di un umano si misura con la sua capacità di amare e accudire chi potrebbe non dargli nulla in cambio» spiegò il Creatore. «Ma se si affeziona a chi gli scodinzola qualunque cosa faccia, non è comunque una colpa.»
«Capisco. Beh allora io vado eh?»
«Arrivederci, e non temere, vedrai che sarai felice. Mi sento di darti un solo consiglio, una piccola cosa di cui spesso vi dimenticate.»
«Certamente signor… cioè, Dio, che cosa?»
Dio fece di nuovo quella specie di sorriso felino. «Non importa se ce ne sono ancora ai lati, se si vede il fondo della ciotola bisogna mettere altri croccantini.»

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